Attimi di intuizione
Sono Giancarlo Oancia: fisico teorico, sognatore disilluso e appassionato di fotografia. Credo nel potere delle storie, e le ricerco in continuazione. Questo spazio riflette il mio mondo interiore, e in quanto tale non ha ordine né scopo.
Ero sicuro che la fisica potesse offrire una prospettiva oggettiva, definitiva, sulla realtà. Ma probabilmente sbagliavo. La scienza, come l’arte, non è che un riflesso della insaziabile, sconclusionata ma eccitante, ricerca umana.

Dalle macerie mi rialzo, ma cose ne è di me?
La mia identità si è frantumata.
Forse, non posso recuperare il mio essere. Forse, posso solo rinascere.

Persone dimenticate in una coltre di nebbia.
Ritornano in sogno, portando insicurezza.
Se ognuno va, cosa resta di me?

Da fuori mi guardo, e guardandomi mi odio.
Sono ancora al secondo piano, e non ho più il coraggio di scendere. Ho paura di cosa possa trovare.
Rimango lì, immutabile.

Viviamo in fuga.
Inseguiamo le ambizioni. Progettiamo il futuro senza vivere il presente. Ci focalizziamo su un obiettivo smettendo di vedere il resto.
Ma nel frattempo il mondo è in divenire, le persona passano, e le occasioni non si ripresentano
Siamo in fuga da noi stessi, e dunque fugaci.

Hanno un sapore dolce i nonluoghi dell’adolescenza.
Il tempo aveva un valore diverso. Non era una risorsa. Non ci pensavamo neanche.
Una giornata piena, ed era già buio. E potevamo ricominciare, con leggerezza, perché nulla ci tormentava.
Da lungo tempo mi chiedo se la scienza e l’arte possano avere qualcosa in comune.
Non ho mai capito cosa mi spingesse a pensarci, né il senso di tale richiamo, né tantomeno l’amarezza derivante dalla risposta mancante. Eppure, da piccolo mi sdraiavo sull’erba umida, e con occhi innocenti osservavo la volta celeste. Stupore, paura, soddisfazione, sgomento. Non riuscivo a distogliere lo sguardo sentendomi perso, mi sentivo cadere nel vuoto anche se ero immobile in un terreno perfettamente piatto, non potevo focalizzare i pensieri nonostante non ci fossero interferenze esterne. Eppure, forse l’Universo tutto stava interferendo. Nel preciso istante in cui mi perdevo in questo processo e non mi ostinavo a controllarlo, sentivo di aver capito qualcosa.
Come se l’Universo tutto si fosse concentrato in un singolo istante di vita.
L’arte non l’ho mai capita fino in fondo. Vivendo come individui, come possiamo presumere di capire cosa un altro voleva intendere? L’empatia ci avvicina, ma non ci permette di sovrapporci. È una pretesa troppo ambiziosa, e forse sciocca. Eppure, quando qualcosa mi colpisce, arriva fino in fondo. Sono convinto di vivere emozioni primordiali, fondamentali, innate. La nostra percezione cambia nel corso della storia. Una stessa opera sarà pure percepita in maniera differente in diversi contesti. Ma qualcosa accomuna ogni contesto in ogni tempo, e sta in quella sensazione, che si prova, pietrificati, di fronte a un’opera.
Come se tutta l’Umanità si fosse concentrata in un singolo istante di vita.
La scienza ha fatto da collante a queste impressioni, dandone un nome: intuizione. Ho capito che il processo scientifico non è una via verso la conoscenza oggettiva e definitiva. Descriviamo il Mondo attraverso i nostri sensi e strumenti, e dunque ogni teoria non è che un riflesso di una percezione personale. Alla fine della corsa non rimane una verità finale, ma una sequenza di intuizioni. Istanti, senza una precisa collocazione temporale, in cui visualizziamo l’astratto. Attimi sfumati in cui capiamo.
Con l’intuizione siamo in grado di vivere mille mondi in un singolo istante di vita.
Ed è forse questa la chiave per capire il profondo legame tra l’arte e la scienza. Non è qualcosa di esterno e immutabile, ma è la nostra stessa natura intima. La nostra capacità di intuire. E intuendo, di capire. Questo processo non ha origine né fine. Inesorabilmente si ripete, e ci lascia confusi ma colpiti.
Alla fine, che cosa vogliamo capire?

Siamo spinti a ricercare in maniera irrefrenabile. È necessità.
La meraviglia è nel trovare, senza sapere cosa cercavamo.
E cercando, scaviamo dentro di noi.

Di un tempo andato, che non può tornare.
Di un luogo perso, che non puoi ritrovare.
Di un sentimento forte, che non puoi ricordare.

È in quel filo sospeso tra il Cielo e la Terra che vivono i pensieri.

Io sono le mie idee.
Non posso cambiare, posso solo rinascere.

Più di un secolo è passato. Ma noi siamo ancora qui. I nostri sogni, ancora gli stessi. Il nostro sguardo sul mondo, fondamentalmente identico.
È il sogno che ci unisce.

Abbiamo speranza che ci sia qualcosa di più grande.
Abbiamo speranza perché esiste qualcosa di incorruttibile, perfetto.
È un Dio, una Ragione, una Simmetria.
Non importa. È lì.

Senza qualcuno che ti ascolti, non hai mai parlato.
Senza che le tue idee siano considerate, non hai mai pensato.
Senza una voce da ascoltare, non sei più in grado di sentire.
La solitudine ti erode lentamente, mentre lentamente passi inosservato. L’esistenza sfuma in presenza. La presenza viene man mano ignorata, e poi dimenticata.
Tu non sei più.

Presenza fugace. Compagno di un istante? O solamente persona, che ora incrocia il mio cammino, e tra un attimo non più?
Gli stimoli ci passano davanti così velocemente che forse non ce ne rendiamo conto.
Mi chiedo, allora, dove sia il senso delle cose: nella grandezza? Nel cambiamento?
Non credo, forse solo nel coraggio di vivere la vita, nel coraggio di affrontare tale cambiamento, in prima istanza.
E forse, forse la vera grandezza risiede nelle relazioni tra le cose, non nelle cose stesse. Non è intrinseca, è solo seconda a un’intuizione, una realizzazione.
Ma tra questi pensieri, che forse passeranno, caduci, una impressione rimane, e si ferma con me: l’energia, la tua energia, l’entusiasmo, il tuo entusiasmo.
Caduco è anche questo nostro incontro, ma un’idea, un’intuizione, quella rimane viva, per sempre.